Il Natale nella famiglia espansa (e tra poco anche la mia panza farà la stessa fine)

Scrivo, mentre i trigliceridi e qualche bicchiere di troppo minacciano la mia silhouette già parecchio barocca.

Scrivo, mentre mio padre accende con pazienza il caminetto, con la legna secca che abbiamo raccolto insieme quest’estate e che si è ammollata nel corso di questo autunno mite e colloso di umidità. Non demorde. Credo che tra poco inizierà ad intaccare la biblioteca di famiglia pur di riuscire a far partire una fiamma chiacchierona e vivace.

Scrivo, mentre mia madre riposa la caviglia fratturata tenendola in alto sul divano come la buffa pantomima di un fenicottero. E intanto sferruzza sciarpe e cappelli per coprire le nostre gole e le nostre teste da un freddo che stenta ad arrivare.

Scrivo, mentre mia sorella e suo marito cercano di convincere il mio nipotino treenne ad andare a dormire. Ma lui proprio non ne vuole sapere di abbandonare la pista per le macchinine che Ariele sta costruendo per lui.

Scrivo, mentre mio fratello è disperso al piano di sopra. Rifugiato in un’oasi di silenzio che lo ripara dal chiasso dei nipoti.

Scrivo, mentre Nina, Giuseppe e il padre di Ita giocano con le bambine ad una tombola con regole speciali di cui ignoro la logica (ma pure loro).

Questo è stato un Natale speciale. Rumoroso e numeroso, pieno di cibi prelibati, vino rustico, risate strombettanti, strilla aquiline e coccole. Ho sempre amato il Natale, ma raramente ho avuto la sensazione che fosse davvero questo: una numerosa – quanto insolita famiglia – composta di partner, ex mariti, figli, nipoti, fratelli e due gatti che si aggiravano perplessi tra le due tavole a L allestite in sala per il pranzo.

Sopravviverò a questo Natale con almeno altri due chili in più, che andranno dolcemente a depositarsi sempre e solo sui miei fianchi e mai sulle mie tette. Ma con la sensazione che questo è stato senz’altro uno dei miei Natali più belli o, per dirla come Brita: Il più bel Natale di tutti i tempi. Più bello di quello dei cartoni.

Il Torrone mi chiama, non posso ignorare il suo lamento ancora per molto. Passate delle Buone Feste e mangiate. In un mondo di ciccioni mi sentirò meno diversa.

natale in famiglia espansa

 

Tanti auguri a me

Tanti auguri a me. Una piccina vestita di rosa che infila il dito nella torta per rubare una fragola e soffia sulle due candeline. Una palletta che correva imbarazzata tra le braccia della mamma al momento della canzoncina. E che faceva attenzione a non rompere la carta dei regali.

Tanti auguri a me. Un’adolescente che si vestiva con il giubbotto da volo uguale a quello di papà e di nascosto gli fregava i ray ban. Una ragazzina dal capello imbizzarrito che sognava di fare il pilota di elicotteri e che ha pianto tanto, quando ha scoperto di essere miope e di dover accantonare quel desiderio.

Tanti auguri a me. Una donna sopravvissuta a due gravidanze che stavano per avere un triste epilogo, ad un brutto incidente al luna park, a stravolgimenti di vita, a lavori deludenti, ad amicizie perse e ad amori esauriti ed esaurienti.

Tanti auguri a me. Una creatura buffa che ancora si perde a guardare le gocce di pioggia che si rincorrono sul finestrino dell’auto in corsa e si diverte a decifrare la forma delle nuvole, che si abbuffa di pizza e si lamenta dei vestiti che non le entrano più.

Tanti auguri a me. Circondata dall’abbraccio rincuorante di chi mi vuole bene e cresciuta grazie alle angherie di chi ha cercato di farmi del male, ma mi ha reso la persona che sono.

Tanti auguri a me per quel che sarò. Con un cassetto che straripa di sogni e una valigia piena di sole e farfalle.

tanti auguri a me

Transfobia in autogrill

La pazienza è come la pipì – Prima o poi scappa a tutti. Questa era una delle citazioni preferite di mia nonna, una donna energica, determinata e con pochi peli sulla lingua. In famiglia era nota con il soprannome amorevole di “Generale”. Effettivamente le calzava alla perfezione, proprio come quelle vestagliette a fiorellini che indossava in ogni stagione.

A me ieri, invece, la pazienza stava per scapparmi contemporaneamente alla pipì. E questo non avrebbe potuto prevederlo la mia lungimirante e canuta nonnina.

Scenario: Un autogrill sulla A1. Ora di pranzo.

Riparto da Roma intorno alle 12 circa, non prima di essermi fatta una bella scorta di pizza al taglio + 2 supplì per affrontare il lungo e tedioso viaggio. Non c’è niente da fare – per me i supplì e la pizza romana sono come la madeleine per Proust. Solo che io, invece di scrivere la Recherche, al massimo scribacchio due cazzate sul blog. Però, almeno il godimento sensoriale e mnemonico è il medesimo.

Tra i miei svariati punti deboli debbo annoverare anche una noiosa propensione ad essere di vescica debole, cosa che mi porta a dover cercare spesso dei bagni. O, detto con le parole di mia nonna: sono una pisciona.

Accartocciata su me stessa per non farmela addosso e pregando che non ci fossero troppi dossi sul manto autostradale, ho costretto Nina ad una sosta – pipì fuori programma. Davanti alle porte dei bagni dell’autogrill si snoda una fila chilometrica che arriva fin quasi al distributore. Un intero serpentone di donne con pipì ritenuta, il che implica un tasso di acidità tale che se fosse passato un aereo a lanciare bicarbonato dall’alto, non avrebbe ottenuto alcun risultato.

Quando sei in fila per il bagno il tempo si blocca. Gli attimi si dilatano fino a raggiungere i contorni dell’eternità e la percezione è che tutti passino almeno 30 minuti chiusi nella toilette.

Davanti a me le persone parlano poco. Quasi tutte sono immerse nei propri cellulari. Tranne me [all’università mi cadde il telefono nel wc della facoltà…una storia triste e poco igienica che vi risparmio – per cui evito di tenerlo nelle tasche].  La fila, con un tempo che pare infinito, inizia a a ridursi. Davanti a me solo due persone. Uno dei bagni occupati si apre ed esce una ragazza trans, impossibile non notarla: una stangona di due metri, occhi verdi, capelli lunghi biondi e un fisico da paura. Con passo da Grace Kelly si avvicina al lavandino e aspetta che se ne liberi uno. La tizia che sarebbe dovuta entrare nel bagno libero tituba, quella immediatamente dietro le dice:

– Guarda che quel bagno è libero! Che non ci vai?

La tizia si gira inviperita:

– Certo che non ci vado! A me mi fa schifo andare nel bagno di “quel coso”. E poi questo è un bagno per le donne!

La ragazza trans si gira, io sto per tirare fuori una scimitarra dalla bocca, ma la signora davanti a me – una rubiconda valchiria sulla sessantina – mi precede e le risponde:

– Seeee, vabbè! Te nun stai bene! A te manco se te rifanno tutta come Frankenstein…Mo fattela sotto e  levete dar cazzo, che ce vado io ar bagno, che a me, me farebbe schifo entrà’ dove sei annata te!

Ok. Stavo quasi per farmela nelle scarpe. Però è stata davvero una scena da film. Avrei anche voluto offrire il caffè alla valchiria romana, ma quando sono uscita dal bagno era già andata via.

Grazie, Valchiria. Ci vorrebbero più persone come te.

transofobia

Due donne, un’autostrada e la visione del mondo da dietro un parabrezza

Spesso Nina ed io ci mettiamo in viaggio. Molte volte insieme, altre da sole. Ho sempre amato farlo, quale ne fosse il motivo. Lavoro, piacere, fuga – non ha importanza. L’idea di mettere due cose al volo in valigia mi elettrizza la mente. Ogni volta è la stessa storia: indovino sempre il numero giusto di mutande, ma raramente quello dei calzini. Dimentico sempre qualcosa: una volta è toccato al portafoglio e quando me ne sono accorta era al casello. Al casello a  650 km da casa. Una brutta scena. Col tempo ho imparato anche a farmi delle liste cartacee di cosa portare, ma poi le perdevo. Così ho provato con i file sul pc. Stessa fine. Nei miei ultimi anni di matrimonio avevo anche creato un documento condiviso su google con Giuseppe, ma poi ci dimenticavamo di consultarlo.

Una cosa non ho mai dimenticato di portare: due libri da leggere. Eh. Non ne basta uno? Beh, sì. Teoricamente. Il fatto è che ho sempre paura di finirlo e di rimanere senza. Per me leggere è una droga, la coperta di Linus, il ciuccio. I libri sono sempre stati la mia salvezza, in ogni momento della vita. Compagni a volte accoglienti, a volte deliranti. La finestra che mi permetteva di sbirciare il mondo dalla posizione rassicurante di chi assiste senza essere troppo coinvolto. Una volta la lettura mi ha persino salvata dal bullismo. Ma questa è un’altra storia.

Il viaggio per me è come la lettura di un libro: deve seguire le mie pause, i miei respiri e le mie esigenze. Non sono una compagna piacevole.

In macchina impongo il silenzio (o almeno ci provo, se non ci sono i bambini). Mi perdo nella musica e nel paesaggio che mi corre accanto veloce. Immagino vite, sogni e ricordi delle persone che incrocio. Spesso scribacchio qualcosa su un quaderno o sui foglietti che trovo nell’abitacolo. Mi è capitato anche di scrivere nei bordi dei biglietti del parcheggio.

La mia musica è tutta in una chiavetta usb con diverse cartelle suddivise non per genere, ma per umore. Questi i titoli delle cartelle: mite allegrezza, sobria euforia, arzilla felicità, tetra malinconia, lugubre paranoia, lagna drammatica. C’è pure la cartella premestruo.

La chiusura in me stessa è una pausa dalla realtà, un modo per rimettere ordine al caos danzante nel mio cervello.

Per Nina, no. A Nina piace conversare. Le piace raccontarmi episodi della sua vita prima che arrivassi io, condividere i suoi pensieri, le sue idee. Commentare gli eventi e parlare dei bambini è il suo modo preferito di trascorrere il tempo in viaggio. E io sono felice di questo, ma non sempre. Non in macchina. Mi sento come quando ci si sta per addormentare e si viene svegliati dalla voce del partner che si avvicina all’orecchio e ti dice: Amore, che fai? Dormi? E tu, dopo aver sentito il cuore gridare: Vaffanculo, tra una palpitazione ed una fibrillazione atriale rispondi con un filo di voce impastata: No, amore. Ripassavo la tabellina del 9.

Ecco, a me in macchina succede questo. E Nina l’ha capito. E fa una fatica bestiale, povera stella. Ogni tanto la vedo con la cosa dell’occhio che sta per aprire bocca, mi guarda, sta per…ma poi lascia perdere. Mi spiace da morire, ma non riesco a conversare a lungo, mi distraggo, penso, mi perdo. Così abbiamo trovato un equilibrio. Lei parla e io fingo di ascoltarla, mentre in realtà ho nascosto l’auricolare sotto i riccioli. No, non è vero. Ammetto di averci pensato, ma non l’ho mai fatto. Ci siamo accordate sui tempi. Dosiamo le chiacchiere con le pause. Non sempre ci riusciamo, ma stiamo migliorando. A volte sembra di essere in radio – 15 minuti di chiacchiere – 3 brani musicali. Ci manca solo lo spot. (Psss, Autogrill – se mi leggi e vuoi regalarmi un carnet di caffè, io non mi offendo).

Del resto, nel viaggio, come nella vita è necessario un po’ di spirito d’adattamento. C’è solo una cosa che è cambiata nel mio modo di viaggiare. La mia voglia di tornare. L’idea che troverò le braccia dei bambini aggrappate al collo, le loro voci familiari, il profumo di casa mia. Quell’unico, inconfondibile odore di mio.

Forse sto invecchiando precocemente, perché una volta pensavo solo alla partenza. Adesso non avrei così tanta voglia di partire se non avessi questa smania di tornare.

autostrada

Brita, i bulletti ed altre cose da asilo

Sono reduce (il termine adatto per tutti quei genitori che passano 3 ore in piedi, accalcati in fila per i colloqui) dal confronto pre natalizio con le insegnanti della scuola di Brita.

Anche per lei il cambiamento si è fatto sentire: l’ultimo anno di asilo con scuola e compagni nuovi. Sono sincera, essendo lei una bambina molto socievole, non ero particolarmente preoccupata per il suo inserimento. E infatti non sbagliavo. La maestra si è sdilinquita in molti complimenti, tranquillizzando le nostre più ataviche perplessità: si troverà bene? le creerà problemi la nostra famiglia “diversa”?

Serena, responsabile, intelligente, creativa e vivace senza essere molesta. Parla con entusiasmo della sua famiglia non convenzionale: adora Nina e racconta in classe dei litigi ed i giochi con Ita. Questo il responso. Fin qui tutto bene, se non fosse per l’aneddoto seguente, riportato dalla maestra.

In classe c’è un bambino particolarmente vivace che spesso si dimostra aggressivo con le femmine. Brita spesso e volentieri lo tiene a bada quando supera la misura, soprattutto quando si rivolge in modo sgarbato alle bambine più piccole.  Pare che l’altro giorno, mentre era in corso un bisticcio tra questo bimbo e una sua amichetta, lei sia intervenuta. L’ha avvicinato e gli ha detto:

Scusa, sai, ma il fatto di essere un maschio non ti autorizza ad essere cattivo. Non fai bella figura, così. E se te la prendi con tutti poi rimani solo come Pinocchio.

La maestra non è riuscita a trattenere le lacrime, mentre ce lo raccontava. Pare che il bambino, così apostrofato da quella piccola suocera in erba di mia figlia, si sia fatto serio e abbia chiesto scusa, mettendosi a giocare in modo più civile.

Sarà che per me è sempre la piccola di casa. Quella che la sera mi si appallottola con l’orecchio sul cuore mentre le leggo la favola. Saperla così decisa e determinata mi ha fatto gonfiare le penne ed anche ridere parecchio. Anche perché la parte dell’acida suocera le calza a pennello.

Ci manca solo che mi dica di non tenere i gomiti sul tavolo mentre mangio e dichiaro ufficialmente la mia fine.

asilo

Come creare il panico in uno studio dentistico

Di tre bambini, ne avessimo uno con i denti dritti. Ognuno di loro ha una dentizione fuori norma e necessita di apparecchio. Ari e Ita hanno concluso il primo ciclo di apparecchio mobile ed ora devono passare al fisso, Brita ha il morso da piranha con tanto di mandibola un po’ in fuori.

E così abbiamo iniziato a fare qualche giro di ortodontisti nella nostra zona. Ieri è toccato ad uno non troppo lontano da casa, da cui vanno anche M. (l’amica di Ari) e suo fratello.

Entriamo in sala d’aspetto. L’attesa è noiosa per noi grandi (non è vero – per me non lo è – ne approfitto per leggere, scrivere, fare di conto e ricordarmi di telefonare a mia madre), figuriamoci per i più piccoli. Dopo aver commentato per bene tutte le riviste a disposizione: guarda questa com’è vestita, questa che brutta borsa che ha, questo che faccia da scemo; i 3 mostrini hanno pensato bene d’iniziare a canticchiare a bassa voce “Attenti al Gorilla” di De André. Per fortuna l’assistente del dentista è entrata in quel momento a chiamarci.

Siamo entrati in 5 nello studio, scatenando più di un’occhiata interrogativa. Ita ha proposto di scegliere da chi si dovesse iniziare: O partiamo dal più grande o dalla più piccola (chiamala scema, la sorella “mezzana”). Ariele si offre volontario e si immola per la causa. La segretaria porta al dentista i moduli compilati. Girata di spalle, la vediamo passare con lo sguardo da un modulo all’altro e poi a quello seguente. Io e Nina evitiamo di guardarci perché ci rendiamo conto che è in difficoltà. Dopo qualche minuto si gira verso di noi chiedendoci:

– Maaa, avete sbagliato a compilare il modulo. Qui c’è due volte Margherita

– No no, è giusto. Si chiamano entrambe Margherita, ma il cognome, come vede, è diverso

– Oddio! Scusate! Non avevo visto! Ah, quindi loro si chiamano tutte e due Margheritaaaa. Beeeneee.

La malcapitata guarda il terzo modulo, si gira a guardare Ariele e poi di nuovo il modulo. Ci risiamo, anche lei pensa che Ariele sia un nome da femmina. Sempre più in crisi. Passano altri minuti di silenzio. Alla fine, la tenta. La segretaria prende un bel respiro, si volta verso Ari e gli dice:

– E quindi tuuuu, seiii?!

Lui la guarda basito e scandisce con voce grave:

– A r i e l e

Nel frattempo mi pesto un piede per non scoppiare a ridere. Ariele mi guarda e sta per esplodere a ridere anche lui. Per fortuna il dentista inizia a lavorare, riportando l’attenzione altrove.

Ci fa qualche domanda, giusto per capire come mai siamo lì io e Nina con 3 bambini di cui 2/3 fratelli tra di loro e completa le misurazioni di rito delle 3 fauci.

Al prossimo appuntamento io non ci sarò perché so già di essere fuori per lavoro. Andranno Nina e Giuseppe con tutti i bambini. Chissà cosa succederà…

cme fare impazzire il dentista